Oddio, la torta!!

Era una giornata di sole, luminosa e bellissima, con una leggera brezza che portava con sé gli odori del bosco. In lontananza si udivano i cani latrare, spronati all’inseuimento delle loro prede.

Quel giorno, nel piccolo rifugio al limitare della radura, c’era piú lavoro del solito. Infatti, gruppi di cacciatori arrivavano senza sosta, nonostante la stagione della caccia fosse quasi al termine, attratti dai raggi del sole che rendevano la giornata ottima per cacciare.

Stephanie e Caroline si muovevano agili tra i tavoli, cercando di non calpestare il groviglio di code dei cani accucciati a fianco dei padroni.

«Sta’ attenta!», sbraitó un cacciatore dal viso pieno, le gote arrossate dal vino rosso che stava bevendo.

«Mi scusi, monsieur. Stavo solo cercando di portare via il piatto vuoto…» rispose timida Caroline.

«Porterai via il piatto quando ti chiameró!» sbraitó burbero l’uomo, mentre posava il bicchiere sul tavolo con tanta foga da schizzare la tovaglia di vino. Le piccole perline di liquido rosso vennero subito assorbite dal tessuto grezzo, lasciando aloni colorati dai contori disomogenei. La ragazza tornó veloce verso la cucina, rossa in volto. Non era giusto che certi clienti la trattassero cosí, dopotutto era una persona esattamente come loro.

«Che fai qui, Caroline?», chiese la sorella entrando con le braccia cariche di piatti sporchi, «Il signore al tavolo vicino al camino vuole il dolce, vai a sentire che cosa preferisce. E ricorda che la torta di mele è finita.»

«Io…» inizió la ragazza.

«Vai, su!» la incalzó la sorella.

Caroline assentí con un cenno del capo, facendo ondeggiare le due ciocche di capelli sfuggite allo chignon. Fece per varcare la soglia, quando Stephanie la fermó e le disse: «Cara, non lasciarti intimorire da quell’uomo. Devi solo portare pazienza con i clienti, è grazie a loro che mangiamo.» E sorridendole dolcemente aggiunse: «Ora vai.»

La ragazza tornó in sala, dove il rumore delle posate che si muovevano sui piatti di ceramica era l’unico suono in grado di sovrastare il brusio dei clienti.

«Allora Fido ha fiutato il coniglio, era bello grosso, lo avevamo visto saltellare verso i cespugli e…» 

«Ha chiesto un dolce, monsieur?» chiese gentilmente Caroline avvicinandosi al tavolo.

«Oh, si…cara, mi porti una fetta di torta di mele» disse l’uomo, tornando a rivolgere l’attenzione al suo interlocutore.

«Sono spiacente, ma la torta di mele è finita. Al suo posto posso consigliarle una crema calda o una torta al cioccolato.» rispose la ragazza.

«Signorina, le ho chiesto una torta di mele, non importa quanto ci vorrà a prepararla, non abbiamo fretta, ma ci porti la torta di mele.» disse il cacciatore risoluto.

Caroline sospiró e chiese: «Nell’attesa vi porto altro vino?»

«Questo si che è parlare! Ci porti un litro del rosso della casa.»

La ragazza portó il vino ai due uomini e si diresse velocemente verso la cucina. 

«Stephanie! Dobbiamo fare una torta di mele!»

«Che cosa? Ma non abbiamo tempo, dobbiamo servire ai tavoli…forse non ti sei accorta di quanta gente abbiamo oggi.» rispose la sorella peroccupata.

«Ho visto…ma vogliono la torta di mele, ho provato a proporre altri dolci, ma vogliono quella!» Caroline si mise le mani nei capelli. Stephanie si affacció alla porta e sbirció in sala, osservando le altre due cameriere che lavoravano senza sosta, correndo da un tavolo all’altro. Guardó la situazione in cucina, dove la cuoca stava togliendo l’arrosto dal forno.

«Si, possiamo farcela.» disse tamburellandosi il naso con l’indice.

«A fare che cosa?» chiese la sorella, accorsa ad aiutare la cuoca a spostare l’arrosto su un piatto da portata.

«A fare la torta. Se lavoriamo in due, dovremmo metterci poco tempo. Caroline prepara la pasta briseé, io penso alle mele.»

«Mon Dieu, speriamo di farcela!» disse, prendendo farina, burro e zucchero. Caroline impastava il composto vigorosamente, in modo da non creare grumi e, quando ottenne una palla plastica e omogenea, ebbe una terribile rivelazione.

«Stephanie! Non abbiamo il tempo di far riposare la pasta!» disse scostandosi una piccola ciocca di capelli dalla fronte.

«Lo so…senti, andrà bene lo stesso. Pensa a tirare la sfoglia.» rispose alla sorella, mentre imburrava una teglia. Lavorava meccanicamente e, senza pensare a cosa stesse facendo, prese le mele che aveva sbucciato, private del torsolo e diviso a metà e le ripose nella teglia. Le coprí con una generosa spolverata di zucchero, aggiunse dei tocchetti di burro e, velocemente, infilò la teglia nel forno.

«Et voilà!», disse pulendosi le mani sul grembiule, «Ora dobbiamo solo attendere.» Impallidí quando, voltandosi, vide la sorella tenere in mano la sfoglia di pasta briseé e guardare il forno senza respirare.

Gli sguardi delle due ragazze si incrociarono in un secondo che parve non passare piú. Come aveva potuto dimenticare la pasta?

Stephanie estrase subito la teglia dal forno. Il burro si stava sciogliendo e lo zucchero sfrigolava allegro sotto le mele. Era troppo tardi per rifare tutto da capo. 

«E se mettessimo la teglia sul fuoco?» propose Caroline.

«Che cosa vuoi dire?» chiese la sorella con un filo di voce.

«Finiamo di caramellare le mele sul fuoco, poi mettiamo la sfoglia su tutto e…»

«…e la rovesciamo nel piatto dopo che si sarà cotta.» concluse Stephanie riprendendo colore in viso.

«Sono due cacciatori, non si accorgeranno mai della differenza.» disse Caroline facendole l’occhiolino.

Le due sorelle finirono di preparare la torta, il profumo inondava la cucina e, ormai, giungeva meno rumore dalla sala, segno che i clienti stavano iniziando a lasciare il rifugio. Quando sfornarono la torta, lo sfrigolio delle mele le fece presagire il peggio.

«Aspettiamo che si raffreddi.» propose Stephanie deglutendo a fatica. Anadarono in sala a rassicurare il cacciatore che la torta era quasi pronta e che presto l’avrebbe mangiata; rispose loro sorridendo e chiedendo altro vino.

Sentendo di una torta di mele calda, appena sfornata, anche il burbero cacciatore che aveva aggredito Caroline ne chiese una fetta.

Quando rovesciarono la torta, il profumo delle mele e l’ottimo aspetto fecero tirare un sospiro di sollievo alle due sorelle. Tagliarono le fette richieste e le servirono ai clienti.

Stephanie e Caroline stavano per sedersi, pronte a lasciarsi le fitte ore di servizio appena trascorse alle spalle, quando una cameriera entró in cucina rossa in viso: «I clienti chiedono di voi.» disse con un filo di voce. Stephanie e Caroline si guardarono preoccupate. Uscirono dalla cucina aspettandosi il peggio e rimasero piacevolmente colpite quando, invece, videro espressioni estatiche dipinte sui volti dei cacciatori. L’errore di caramellare le mele nel burro le aveva rese piú morbide e il caramello, piú gustoso, conferiva alla torta una croccantezza che si sposava perfettamente con la consistenza morbida, quasi vellutata, delle mele e la crosta di briseé.

«Signorine, questa torta è un capolavoro…» disse uno dei cacciatori.

«Sublime…» commentó il burbero signore dalle gote rosse.

«Questa non è una normale torta di mele…potete stare certe che, d’ora in poi, verremo sempre qui a gustare questa prelibatezza.»

Stephanie e Caroline si scambiarono due sorrisi complici, felici di aver soddisfatto dei clienti esigenti.

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Non so se sia andata davvero cosí, ma certo è che le sorelle Tatin seppero creare un capolavoro da un vero pasticcio, a dimostrazione del fatto che l’ispirazione si trova nei momenti piú inaspettati.

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Storie dal futuro. Da “1984” di George Orwell, a “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley e “Fahrenheit 451” di Ray Bradbury.

Il futuro è un nostro pensiero costante; puó far paura o portare con sè grandi speranze, ma ogni giorno, inevitabilmente, i nostri pensieri vagano fantasticando su cosa sarà di noi.

In modo particolare sono tre i romanzi che mi hanno davvero colpito riguardo a questo argomento e anche se le visioni descritte in questi libri sono tutt’altro che rosee, non ci ho pensato due volte a salire sulla macchina del tempo per vedere cosa sarebbe successo. Ma andiamo con ordine.
“1984” è stato il primo romanzo che mi ha fatto avvicinare a questo genere e mi piacque tantissimo. Sullo sfondo una dittatura basata sullo stretto controllo delle persone e sull’eliminazione degli individui contrari. Tutti devono seguire la routine che è stata stabilita e pronunciare solo le parole permesse. È in questo contesto che il protagonista inizia a non sentirsi piú in linea con gli schemi da seguire, a porsi domande che non dovrebbero formarsi nella sua mente e che lo spingono a infrangere le rigide leggi imposte dal Grande Fratello, l’occhio che vede tutto. Questo suo cambiamento trasmette una forte passione, in netto contrasto con un mondo dove i sentimenti non devono essere presenti, dove anche i legami con la propria famiglia passano in secondo piano per il bene del Grande Fratello. La sua è una “ribellione” personale, non ha alcuna intenzione di rovesciare il sistema; vorrebbe semplicemente essere libero di fare le sue scelte. In effetti, un concetto pericoloso in un regime basato sulla totale assenza di libertà degli individui. Purtroppo, il triste messaggio del libro è che chi detiene controllo e potere, è in grado di schiacciare chiunque decida di muoversi al di fuori delle linee tracciate.

“Il mondo nuovo” è tutta un’altra musica. Se “1984” era principalmente incentrato sulla politica, Huxley immagina una situazione in cui la scienza ha creato un mondo sterile, ma perfettamente efficiente, dove la catena di montaggio è alla base della vita stessa. Devo essere sincera, questo libro non mi è piaciuto quanto il primo. Non solo per la quasi totale scomparsa dei sentimenti di questa visione, ma anche perchè il personaggio che trova che tutto ció sia insensato, ha una mentalità rimasta ferma al medioevo. Certo, è cresciuto leggendo Shakespeare e assimilando la passionalità delle sue opere, ma porta con sè anche la chiusura mentale e le pratiche ascetiche tipiche della cristianità medievale. Per cui il lettore non sa in chi immedesimarsi, gudicando negativamente entrambi i due punti di vista. E, in effetti, è proprio qui che sta il genio di Huxley: mostrare gli estremi per far comprendere che è impossibile vivere bene sia che si persegua il progresso scientifico ad ogni costo, sia che ci si chiuda a qualsiasi nuova prospettiva.

Infine “Fahrenheit 451”, il mio preferito tra i tre. Anche qui la visione del futuro è stravolta: le persone non leggono più, passano le giornate incollate a schermi che proiettano programmi pilotati, senza dare loro modo di pensare, cosí che tutti vedano la realtà da una sola prospettiva. Il protagonista è un pompiere, il cui ruolo eroico non sta nello spegnere incendi, salvando delle vite, ma nel bruciare libri. La sua vita scorre normale e tranquilla fino a che non inizia a leggere. Da quel momento diventa un nemico della società, trovandosi a dover scappare dalla sua stessa famiglia per salvare se stesso e le idee nate grazie ai libri. Trovo che la parte piú bella della storia sia la fine, in cui, diversamente da “1984” e “Il mondo nuovo”, la speranza domina la scena. Infatti, mentre gli altri due romanzi evidenziano la quasi impossibilità di contrastare il sistema, “Fahrenheit 451” pone l’attenzione sulla forza delle idee e su quanto fragile sia, in realtà, un governo basato sul controllo totale.

Per quanto diverse, queste letture trattano scenari estremi in cui, per fortuna, c’è sempre qualcuno che canta fuori dal coro. Ed è questa la cosa importante: non che riesca a vincere o meno, ma che ci sia per combatterle.

“La verità sul caso Harry Quebert” di Joël Dicker. Mai tenere scheletri nell’armadio…figurarsi in giardino!

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Marcus Goldman è un giovane scrittore in crisi: dopo l’uscita del suo primo romanzo, divenuto un vero bestseller, ha perso l’ispirazione e decide di rifugiarsi a casa del suo professore di letteratura del college. L’uomo, il famoso scrittore Harry Quebert, è ben felice di rivedere il suo allievo e lo accoglie volentieri, dandogli tutto l’appoggio necessario; anche lui conosce la frustrazione che si prova quando si ha il blocco dello scrittore e sa che l’importante è risollevarsi. La disperazione di Marcus non migliora quando lo scheletro di una ragazza scomparsa molti anni prima viene rinvenuto nel giardino dell’amico e mentore. Inizia, quindi, la sua battaglia per scagionare Harry Quebert, che porterà alla luce segreti rimasti a lungo sepolti insieme a Nola.
Una lettura coinvolgente, dal ritmo incalzante. Ogni pagina mi ha tenuta incollata alle sue righe, impaziente di scoprire la soluzione del caso. Un libro scritto davvero bene, lo consiglio caldamente!

“Il fantasma dell’Opera” di Leroux. Anche un mostro cerca l’amore.

L’Opera di Parigi vede l’improvvisa ascesa di Christine Daae, una giovane cantante fino a quel momento rimasta nell’anonimato. Il giovane conte Raoul de Chagny riconosce in lei l’amica di infanzia e inizia subito a farle la corte. Ma la ragazza è sfuggente, sembra ricambiare l’interesse del ragazzo, eppure si muove come se seguisse le indicazioni di qualcuno, qualcuno senza volto che tiene sotto scacco l’intero teatro: il Fantasma dell’Opera, un uomo molto pericoloso che è a conoscenza di qualsiasi cosa accada nell’edificio.

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Le gesta di questo singolare personaggio sono note a tutti, grazie soprattutto al musical di Andrew Lloyd Webber, dalla colonna sonora travolgente, e al suo arrangiamento cinematografico con Gerard Butler. È stato proprio dopo aver visto il film che ho deciso di leggere il libro. E ammetto di essere rimasta delusa. Certo, il libro, come sempre, dà una spiegazione esaustiva della vicenda, in modo particolare del trascorso di Erik, il Fantasma, in modo da riuscire a comprendere il perchè del suo comportamento, della solitudine in cui si è rinchiuso. È stato come l’autore ha condotto la narrazione, che non mi ha convinto. Leroux studió legge e sfruttò le sue conoscenze lavorando come cronista giudiziario. Per questo, ha scelto di muoversi in un territorio noto, facendo una semplice analisi dei fatti. Personalmente ho trovato questo stile molto distaccato, non mi ha permesso di entrare in sintonia con i personaggi, ma mi ha solo reso una fredda spettatrice della storia. Storia che, per quanto avvincente, non è riuscita a catturarmi. Per lo meno non quanto il film che, invece, mi ha lasciata davvero sopraffatta.

“L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery. A volte le apparenze sono un comodo rifugio.

Che cos’hanno in comune una portinaia di mezza età e una bambina dodicenne? Apparentemente nulla; sono distanti per età, situazione famigliare e classe sociale, se non fosse che entrambe nascondono un segreto. Infatti, Renée e Paloma tengono al sicuro e ben celate agli occhi degli altri…la loro acuta intelligenza e sete di cultura.

Entrambe sanno di essere fuori dal comune e, per non destare sospetti, o peggio, per non dover dare spiegazioni riguardo ai propri interessi, preferiscono mostrarsi nelle vesti di un’ottusa portinaia e di una normale studentessa adolescente e indossare un mantello irto di aculei; una perfetta corazza di apparenze in cui rifugiarsi e utilissima a tenere lontano chiunque sia indesiderato.
La loro tranquilla esistenza viene piacevolmente turbata dall’arrivo di un nuovo abitante al civico 7 di Rue de Grenelle: Monsieur Ozu, un ricco e colto signore giapponese che si accorge immediatamente di quanto Paloma e Renèe siano speciali, dando inizio a un’amicizia che cambierà le loro vite.

 

Un racconto molto dolce su due persone che non vogliono rinunciare ad essere se stesse, in una società dove tutti cercano di essere ciò che non sono per farsi accettare da chi li circonda. Perchè impegnarsi ad essere qualcun altro, col rischio di perdere di vista noi stessi?

“Jurassic Park” di Micheal Crichton. Quando il progresso ti trascina nel passato.

Un ambizioso e molto ricco uomo d’affari decide di creare il piú strabiliante parco del mondo, il solo in grado di regalare un reale tuffo nel passato. Destinazione: il giurassico, l’era dei dinosauri. Un parco divertimenti unico, prodotto dalle piú raffinate tecniche scientifiche. Le sue attrazioni vanno oltre l’aspetto realistico, sono vive. È l’unico parco in grado di divorarti, letteralmente.
Come tutti i parchi tematici, qualche “piccolo” imprevisto ne rallenta il completamento e i finanziatori rischiano di perdere fiducia nel progetto; per evitare che ció avvenga, il miliardario John Hammond decide di organizzare una visita guidata per un team di esperti, chiamati a giudicare la meraviglia del posto. E per sottolineare la sua piú totale fiducia verso l’organizzazione del parco, coinvolge anche i suoi due nipotini. 

I visitatori sono completamente rapiti dalle creature che hanno di fronte, tutto funziona per il meglio fino a che non salta la corrente; l’unica cosa in grado di tenere gli animali preistorici nei loro recinti. Questo trasforma quello che sarebbe dovuto essere un tranquillo week-end in una vera e propria lotta per la sopravvivenza.
“Jurassic Park” è un libro davvero coinvolgente, che ti cattura sin dalla prima pagina. L’avventura fuori dal comune di cui siamo spettatori, è anche una forte critica all’uso che potrebbe essere fatto del progresso scientifico se si ha come unico scopo quello di fare soldi. Infatti, John Hammond vuole creare qualcosa di grandioso , tale da lasciare tutti a bocca aperta e da renderlo ancora piú ricco, con l’ingenua convinzione di riuscire a controllare facilmente i dinosauri, solo perchè ha deciso di crearli. Si trasforma, cosí, in una sorta di Frankenstein moderno nel momento stesso in cui decide di riportare in vita animali estinti, senza preoccuparsi troppo delle conseguenze.

Molto importante è il ruolo di Ian Malcom, eccentrico matematico, che rappresenta la coscienza che, chiaramente, Hammond ha deciso di non ascoltare. È quella voce, spesso scomoda, che ricorda quanto sia pericoloso giocare con strumenti che non si conoscono e quanto alta sia la posta in gioco quando si decide di smuovere forze piú grandi di noi. 

La contrapposizione tra Malcom e Hammond fa, quindi, da sfondo alle vicende che coinvolgono il professor Grant, la dottoressa Sattler, Lex e Timmy in un viaggio unico all’interno del parco divertimenti piú famelico del mondo.

“Mangia, prega, ama” di Elizabeth Gilbert. Un viaggio alla ricerca di se stessi.

Panico. È questo che prova Liz quando si accorge di non volere più la vita che ha costruito. Marito, casa, lavoro, improvvisamente appaiono come parti di un vestito della taglia sbagliata. L’unica cosa da fare è trovare un abito della misura giusta. È per questo motivo che Liz decide di tagliare i ponti con tutto e di prendersi un anno per viaggiare dentro se stessa e ritrovarsi. Decide, quindi, di suddividere il suo viaggio in tre parti: Italia, India e Bali per ritrovare il piacere delle piccole cose, per cercare la pace e per raggiungere un vecchio sciamano che le ha profetizzato il ritorno in Indonesia per diventare sua allieva.

Jpeg

È il diario della riscoperta di sè, raccontato in modo diretto e senza troppe metafore, che parla della fatica di liberarsi dei propri demoni e della felicità che dona la pace. Una storia scorrevole che fa riflettere lasciando un piacevole sorriso…non solo sul viso.