Lo scherzo di Zafferano

«Zafferano! Hai fatto tu questa vetrata?» la forte cadenza olandese del mastro vetraio diede alla domanda il lento ritmo di una cantilena. 

Valerio di Fiandra era stato incaricato di decorare le vetrate di quello che sarebbe diventato il Duomo di Milano. Precisione ed equilibrio nei colori erano i capisaldi della sua arte; quando iniziava un lavoro vi si immergeva completamente. Dedicava ogni istante alla ricerca della perfetta combinazione di colori che riuscisse a donare anche solo un istante di estasi in chi la fissava. Osservare lo stupore dipinto sui volti dei fedeli, quando i raggi luminosi del sole attraversavano il sottile strato di pura passione che era riuscito a realizzare, lo faceva sentire immortale. Equilibrio era la parola chiave. Fu per questo motivo che, quando vide quella porzione di vetrata aveva subito chiamato il più fidato dei suoi aiutanti, Zafferano, cosí soprannominato per la sua particolare predilezione per il giallo. Anche nella raffigurazione più cupa era in grado di inserire un oggetto, un dettaglio o, talvolta, l’intero sfondo di quel colore. La sua era esagerazione, non equilibrio.

«Maestro? Chiedeva di me?» chiese umile l’aiutante. 

«E chi altri farebbe un uso cosí spregiudicato del giallo? Gli altri colori scompaiono…questo dettaglio è tutto da rifare.» dichiaró il vetraio scuotendo la testa. Posó il vetro sul tavolo di lavoro, le braccia tese sorreggevano il peso della sua persona, mentre calcolava quante ulteriori ore di lavoro sarebbero servite per rimediare a quanto fatto da Zafferano. «Hai una buona mano, ma non hai equilibrio. Quante volte ho cercato di spiegarti l’importanza dell’equilibrio?»

«Maestro, non si disperi! Domani si sposa sua figlia, ricorda?» l’aiutante gli si avvicinó posandogli una mano sulla spalla.

«Appunto. Siamo solo tu ed io a lavorare. L’apprendista è il mio futuro genero.» disse Valerio fissandolo dritto negli occhi. Si era trasferito con la famiglia vicino a Milano qualche anno prima, poco dopo aver ricevuto l’incarico al Duomo. E lí la figlia, il suo gioiello piú prezioso, si era innamorata di un uomo come lui; con la stessa passione per i colori e destinato a lunghi viaggi. Che vita meravigliosa era quella! 

«Maestro, ripareró al danno. Vedrà che non rimarremo indietro con il lavoro…le nostre saranno vetrate bellissime, uniche, come questa chiesa.» Zafferano cercava di rincuorare il mentore, ma a giudicare dalla sua espressione severa, sembrava non essere riuscito nell’impresa.

«Non peccare di superbia», disse l’uomo. Poi, sorridendo, aggiunse:«Ma hai ragione: le nostre vetrate saranno bellissime.» Alzó gli occhi al cielo, dove le alte nuvole si rincorrevano veloci, sospinte dalla brezza della sera, mentre il sole aveva iniziato la sua discesa. Si voltó, posó una mano sulla spalla di Zafferano e gli disse:«Ci penseremo dopo il matrimonio, ormai è tardi per continuare a lavorare. Mi aspetto di vederti in chiesa, domani.»

«Non mancheró, maestro.» rispose l’aiutante con un sorriso birichino.

L’indomani il sole luminoso dava la sua benedizione ai novelli sposi. Valerio era stato sopraffatto dall’emozione: accompagnare la figlia all’altare e consegnarla a un altro uomo che l’avrebbe amata e protetta, compito che prima era spettato a lui, aveva suscitato in lui un misto di tristezza, nostalgia e felicità tale, che aveva fatto appello a tutte le sue forze per evitare di piangere. Quanto aveva invidiato la moglie in quel momento! Lei era libera di lasciare scorrere quelle piccole lacrime dolci e amare, senza che nessuno al giudicasse. Che avrebbero detto gli invitati, se avessero visto un uomo grande e grosso come lui piangere come un bambino? Dopo la cerimonia, si diressero tutti alla dimora del mastro vetraio, dove un elegante benchetto era stato allestito dalla moglie nel loro bel giardino.

Valerio osservava la figlia, bella e raggiante, che parlava con gli invitati seduti vicino a un cespuglio di rose gialle e si accorse che mancava qualcuno. Cercó il suo aiutante con lo sguardo; lo aveva avvistato all’uscita dalla chiesa, poi lo aveva perso di vista. Era contento che avesse partecipato alla cerimonia, ma gli sarebbe dispiaciuto se non fosse venuto al banchetto, dato l’impegno dimostrato dalla moglie.

«Maestro!» Valerio si voltó in direzione della chiamata. Zafferano era comparso a pochi passi da lui, vicino alla tavola apparecchiata. Il solito sorriso furbetto era disegnato sul volto del ragazzo.

«Sono felice di vederti.» disse Valerio.

«Le avevo detto che sarei venuto.» disse sorridendo.

«Accomodatevi!», disse la moglie del vetraio, «Il pranzo sta per essere servito.» La donna si era impegnata molto per realizzare una giornata che mettesse la figlia in buona luce con la famiglia del genero. Era riuscita ad assumere due ancelle che l’avevano aiutata nella preparazione degli addobbi e del banchetto. Quella mattina le aveva mandate a prendere la carne dal macellaio; era importante che ci fosse la carne, voleva che i loro nuovi parenti vedessero che potevano permettersi di mangiare da re, qualora avessero voluto. Ovviamente non poteva mancare il riso, quale miglior augurio di fertilità e felicità di queli candidi e profumati chicchi?

Gli invitati si sedettero tutti attorno alla tavola candida, ornata da delicate rose profumate. Le due ancelle sfilarono con due grandi piatti colmi di riso, luminoso riso. In effetti troppo luminoso.

«Oh, no!» la moglie del vetraio fece fatica a trattenere lo sgomento. «Che cosa avete combinato? Cosa è successo al riso?» Nella penombra della cucina le ancelle non avevano notato il giallo dei chicchi, rivelato dalla luce del sole. Il riso aveva assunto un colore giallo acceso, quasi giallo…zafferano.

«Zafferano!» tuonó Valerio. I commensali lo fissarono stupiti. Il mastro vetraio era un uomo mite, non lo aveano mai visto cosí arrabbiato.

«Sono qui, maestro.» disse l’aiutante senza riuscire a trattenere una risatina.

«Lo trovi divertente? Hai rovinato il banchetto di mia figlia!»

«Al contrario, maestro. Le ho fatto un regalo. Non vede quanto è regale il giallo? Non pare che i due piatti siano ricolmi d’oro?»

«È incredibile che tu riesca a inventarti storie del genere! Proprio al matrimonio di mia figlia! Prima la vetrata e ora questo!»

«Padre, non arrabbiatri.» disse la figlia. «Mi piace il giallo, sono contenta di mangiare del riso colorato. Su, mangiate non lasciamo che si raffreddi.» La calma con cui aveva parlato, riuscí a tranquillizzare i genitori, nonostante la madre fissasse il riso come se avesse davanti un piatti di veleno, e il padre lanciasse occhiatacce truci a Zafferano. Gli invitati dedicarono ancore qualche istante alla contemplazione di quella strana pietanza e assaggiarono il riso. L’aroma caldo e speziato dello zafferano travolse i commensali, lasciandoli piacevolmente stupiti.

«Che delizia!»

«Che sapore!»

Si levavano esclamazioni entusiastiche, mentre gli invitati divoravano il riso. E Valerio si sentiva sempre meno arrabiato con l’aiutante a ogni boccone che gustava.

Era l’8 Settembre 1574, il giorno in cui lo scherzo di Zafferano portó alla nascita del risotto alla milanese.

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