“Dietro il sipario”, un giallo che sa di montagna.

“Dietro il sipario” è la storia di una pubblicitaria, Michela, che decide di cambiare vita e di trasferirsi a Montebugnolo, un paese dell’appennino modenese, circondato da monti e boschi, lontano dalla caotica città. 

Il suo obiettivo, e motivo del suo trasferimento, è quello di dare nuova vita al vecchio teatro comunale, abbandonato in seguito a una terribile disgrazia avvenuta dieci anni prima. Ad aiutarla, l’affascinante e misterioso custode dell’edificio, che ha scelto di nascondersi dal mondo per vivere in pace. Il quadro che si forma sarebbe perfetto, se non fosse per il sindaco del paese, Leonardo, sempre pronto ad ostacolare la ristrutturazione del teatro, come se volesse nascondere qualcosa sotto una fitta coltre di polvere.

Vista dal castello di Montecuccolo – SerIa

È il racconto di una donna che vuole dimostrare a se stessa di essere forte, nonostante gli aspri limoni che la vita le ha regalato. E che, soprattutto, vuole sentirsi di nuovo la vera Michela, la sognatrice innamorata della vita rimasta nascosta troppo a lungo.
Ecco qui il link per scaricare il pdf gratuitamente. 🙂

DIETRO IL SIPARIO

Buona lettura!! 😉

Annunci

Lo scherzo di Zafferano

«Zafferano! Hai fatto tu questa vetrata?» la forte cadenza olandese del mastro vetraio diede alla domanda il lento ritmo di una cantilena. 

Valerio di Fiandra era stato incaricato di decorare le vetrate di quello che sarebbe diventato il Duomo di Milano. Precisione ed equilibrio nei colori erano i capisaldi della sua arte; quando iniziava un lavoro vi si immergeva completamente. Dedicava ogni istante alla ricerca della perfetta combinazione di colori che riuscisse a donare anche solo un istante di estasi in chi la fissava. Osservare lo stupore dipinto sui volti dei fedeli, quando i raggi luminosi del sole attraversavano il sottile strato di pura passione che era riuscito a realizzare, lo faceva sentire immortale. Equilibrio era la parola chiave. Fu per questo motivo che, quando vide quella porzione di vetrata aveva subito chiamato il più fidato dei suoi aiutanti, Zafferano, cosí soprannominato per la sua particolare predilezione per il giallo. Anche nella raffigurazione più cupa era in grado di inserire un oggetto, un dettaglio o, talvolta, l’intero sfondo di quel colore. La sua era esagerazione, non equilibrio.

«Maestro? Chiedeva di me?» chiese umile l’aiutante. 

«E chi altri farebbe un uso cosí spregiudicato del giallo? Gli altri colori scompaiono…questo dettaglio è tutto da rifare.» dichiaró il vetraio scuotendo la testa. Posó il vetro sul tavolo di lavoro, le braccia tese sorreggevano il peso della sua persona, mentre calcolava quante ulteriori ore di lavoro sarebbero servite per rimediare a quanto fatto da Zafferano. «Hai una buona mano, ma non hai equilibrio. Quante volte ho cercato di spiegarti l’importanza dell’equilibrio?»

«Maestro, non si disperi! Domani si sposa sua figlia, ricorda?» l’aiutante gli si avvicinó posandogli una mano sulla spalla.

«Appunto. Siamo solo tu ed io a lavorare. L’apprendista è il mio futuro genero.» disse Valerio fissandolo dritto negli occhi. Si era trasferito con la famiglia vicino a Milano qualche anno prima, poco dopo aver ricevuto l’incarico al Duomo. E lí la figlia, il suo gioiello piú prezioso, si era innamorata di un uomo come lui; con la stessa passione per i colori e destinato a lunghi viaggi. Che vita meravigliosa era quella! 

«Maestro, ripareró al danno. Vedrà che non rimarremo indietro con il lavoro…le nostre saranno vetrate bellissime, uniche, come questa chiesa.» Zafferano cercava di rincuorare il mentore, ma a giudicare dalla sua espressione severa, sembrava non essere riuscito nell’impresa.

«Non peccare di superbia», disse l’uomo. Poi, sorridendo, aggiunse:«Ma hai ragione: le nostre vetrate saranno bellissime.» Alzó gli occhi al cielo, dove le alte nuvole si rincorrevano veloci, sospinte dalla brezza della sera, mentre il sole aveva iniziato la sua discesa. Si voltó, posó una mano sulla spalla di Zafferano e gli disse:«Ci penseremo dopo il matrimonio, ormai è tardi per continuare a lavorare. Mi aspetto di vederti in chiesa, domani.»

«Non mancheró, maestro.» rispose l’aiutante con un sorriso birichino.

L’indomani il sole luminoso dava la sua benedizione ai novelli sposi. Valerio era stato sopraffatto dall’emozione: accompagnare la figlia all’altare e consegnarla a un altro uomo che l’avrebbe amata e protetta, compito che prima era spettato a lui, aveva suscitato in lui un misto di tristezza, nostalgia e felicità tale, che aveva fatto appello a tutte le sue forze per evitare di piangere. Quanto aveva invidiato la moglie in quel momento! Lei era libera di lasciare scorrere quelle piccole lacrime dolci e amare, senza che nessuno al giudicasse. Che avrebbero detto gli invitati, se avessero visto un uomo grande e grosso come lui piangere come un bambino? Dopo la cerimonia, si diressero tutti alla dimora del mastro vetraio, dove un elegante benchetto era stato allestito dalla moglie nel loro bel giardino.

Valerio osservava la figlia, bella e raggiante, che parlava con gli invitati seduti vicino a un cespuglio di rose gialle e si accorse che mancava qualcuno. Cercó il suo aiutante con lo sguardo; lo aveva avvistato all’uscita dalla chiesa, poi lo aveva perso di vista. Era contento che avesse partecipato alla cerimonia, ma gli sarebbe dispiaciuto se non fosse venuto al banchetto, dato l’impegno dimostrato dalla moglie.

«Maestro!» Valerio si voltó in direzione della chiamata. Zafferano era comparso a pochi passi da lui, vicino alla tavola apparecchiata. Il solito sorriso furbetto era disegnato sul volto del ragazzo.

«Sono felice di vederti.» disse Valerio.

«Le avevo detto che sarei venuto.» disse sorridendo.

«Accomodatevi!», disse la moglie del vetraio, «Il pranzo sta per essere servito.» La donna si era impegnata molto per realizzare una giornata che mettesse la figlia in buona luce con la famiglia del genero. Era riuscita ad assumere due ancelle che l’avevano aiutata nella preparazione degli addobbi e del banchetto. Quella mattina le aveva mandate a prendere la carne dal macellaio; era importante che ci fosse la carne, voleva che i loro nuovi parenti vedessero che potevano permettersi di mangiare da re, qualora avessero voluto. Ovviamente non poteva mancare il riso, quale miglior augurio di fertilità e felicità di queli candidi e profumati chicchi?

Gli invitati si sedettero tutti attorno alla tavola candida, ornata da delicate rose profumate. Le due ancelle sfilarono con due grandi piatti colmi di riso, luminoso riso. In effetti troppo luminoso.

«Oh, no!» la moglie del vetraio fece fatica a trattenere lo sgomento. «Che cosa avete combinato? Cosa è successo al riso?» Nella penombra della cucina le ancelle non avevano notato il giallo dei chicchi, rivelato dalla luce del sole. Il riso aveva assunto un colore giallo acceso, quasi giallo…zafferano.

«Zafferano!» tuonó Valerio. I commensali lo fissarono stupiti. Il mastro vetraio era un uomo mite, non lo aveano mai visto cosí arrabbiato.

«Sono qui, maestro.» disse l’aiutante senza riuscire a trattenere una risatina.

«Lo trovi divertente? Hai rovinato il banchetto di mia figlia!»

«Al contrario, maestro. Le ho fatto un regalo. Non vede quanto è regale il giallo? Non pare che i due piatti siano ricolmi d’oro?»

«È incredibile che tu riesca a inventarti storie del genere! Proprio al matrimonio di mia figlia! Prima la vetrata e ora questo!»

«Padre, non arrabbiatri.» disse la figlia. «Mi piace il giallo, sono contenta di mangiare del riso colorato. Su, mangiate non lasciamo che si raffreddi.» La calma con cui aveva parlato, riuscí a tranquillizzare i genitori, nonostante la madre fissasse il riso come se avesse davanti un piatti di veleno, e il padre lanciasse occhiatacce truci a Zafferano. Gli invitati dedicarono ancore qualche istante alla contemplazione di quella strana pietanza e assaggiarono il riso. L’aroma caldo e speziato dello zafferano travolse i commensali, lasciandoli piacevolmente stupiti.

«Che delizia!»

«Che sapore!»

Si levavano esclamazioni entusiastiche, mentre gli invitati divoravano il riso. E Valerio si sentiva sempre meno arrabiato con l’aiutante a ogni boccone che gustava.

Era l’8 Settembre 1574, il giorno in cui lo scherzo di Zafferano portó alla nascita del risotto alla milanese.

Oddio, la torta!!

Era una giornata di sole, luminosa e bellissima, con una leggera brezza che portava con sé gli odori del bosco. In lontananza si udivano i cani latrare, spronati all’inseuimento delle loro prede.

Quel giorno, nel piccolo rifugio al limitare della radura, c’era piú lavoro del solito. Infatti, gruppi di cacciatori arrivavano senza sosta, nonostante la stagione della caccia fosse quasi al termine, attratti dai raggi del sole che rendevano la giornata ottima per cacciare.

Stephanie e Caroline si muovevano agili tra i tavoli, cercando di non calpestare il groviglio di code dei cani accucciati a fianco dei padroni.

«Sta’ attenta!», sbraitó un cacciatore dal viso pieno, le gote arrossate dal vino rosso che stava bevendo.

«Mi scusi, monsieur. Stavo solo cercando di portare via il piatto vuoto…» rispose timida Caroline.

«Porterai via il piatto quando ti chiameró!» sbraitó burbero l’uomo, mentre posava il bicchiere sul tavolo con tanta foga da schizzare la tovaglia di vino. Le piccole perline di liquido rosso vennero subito assorbite dal tessuto grezzo, lasciando aloni colorati dai contori disomogenei. La ragazza tornó veloce verso la cucina, rossa in volto. Non era giusto che certi clienti la trattassero cosí, dopotutto era una persona esattamente come loro.

«Che fai qui, Caroline?», chiese la sorella entrando con le braccia cariche di piatti sporchi, «Il signore al tavolo vicino al camino vuole il dolce, vai a sentire che cosa preferisce. E ricorda che la torta di mele è finita.»

«Io…» inizió la ragazza.

«Vai, su!» la incalzó la sorella.

Caroline assentí con un cenno del capo, facendo ondeggiare le due ciocche di capelli sfuggite allo chignon. Fece per varcare la soglia, quando Stephanie la fermó e le disse: «Cara, non lasciarti intimorire da quell’uomo. Devi solo portare pazienza con i clienti, è grazie a loro che mangiamo.» E sorridendole dolcemente aggiunse: «Ora vai.»

La ragazza tornó in sala, dove il rumore delle posate che si muovevano sui piatti di ceramica era l’unico suono in grado di sovrastare il brusio dei clienti.

«Allora Fido ha fiutato il coniglio, era bello grosso, lo avevamo visto saltellare verso i cespugli e…» 

«Ha chiesto un dolce, monsieur?» chiese gentilmente Caroline avvicinandosi al tavolo.

«Oh, si…cara, mi porti una fetta di torta di mele» disse l’uomo, tornando a rivolgere l’attenzione al suo interlocutore.

«Sono spiacente, ma la torta di mele è finita. Al suo posto posso consigliarle una crema calda o una torta al cioccolato.» rispose la ragazza.

«Signorina, le ho chiesto una torta di mele, non importa quanto ci vorrà a prepararla, non abbiamo fretta, ma ci porti la torta di mele.» disse il cacciatore risoluto.

Caroline sospiró e chiese: «Nell’attesa vi porto altro vino?»

«Questo si che è parlare! Ci porti un litro del rosso della casa.»

La ragazza portó il vino ai due uomini e si diresse velocemente verso la cucina. 

«Stephanie! Dobbiamo fare una torta di mele!»

«Che cosa? Ma non abbiamo tempo, dobbiamo servire ai tavoli…forse non ti sei accorta di quanta gente abbiamo oggi.» rispose la sorella peroccupata.

«Ho visto…ma vogliono la torta di mele, ho provato a proporre altri dolci, ma vogliono quella!» Caroline si mise le mani nei capelli. Stephanie si affacció alla porta e sbirció in sala, osservando le altre due cameriere che lavoravano senza sosta, correndo da un tavolo all’altro. Guardó la situazione in cucina, dove la cuoca stava togliendo l’arrosto dal forno.

«Si, possiamo farcela.» disse tamburellandosi il naso con l’indice.

«A fare che cosa?» chiese la sorella, accorsa ad aiutare la cuoca a spostare l’arrosto su un piatto da portata.

«A fare la torta. Se lavoriamo in due, dovremmo metterci poco tempo. Caroline prepara la pasta briseé, io penso alle mele.»

«Mon Dieu, speriamo di farcela!» disse, prendendo farina, burro e zucchero. Caroline impastava il composto vigorosamente, in modo da non creare grumi e, quando ottenne una palla plastica e omogenea, ebbe una terribile rivelazione.

«Stephanie! Non abbiamo il tempo di far riposare la pasta!» disse scostandosi una piccola ciocca di capelli dalla fronte.

«Lo so…senti, andrà bene lo stesso. Pensa a tirare la sfoglia.» rispose alla sorella, mentre imburrava una teglia. Lavorava meccanicamente e, senza pensare a cosa stesse facendo, prese le mele che aveva sbucciato, private del torsolo e diviso a metà e le ripose nella teglia. Le coprí con una generosa spolverata di zucchero, aggiunse dei tocchetti di burro e, velocemente, infilò la teglia nel forno.

«Et voilà!», disse pulendosi le mani sul grembiule, «Ora dobbiamo solo attendere.» Impallidí quando, voltandosi, vide la sorella tenere in mano la sfoglia di pasta briseé e guardare il forno senza respirare.

Gli sguardi delle due ragazze si incrociarono in un secondo che parve non passare piú. Come aveva potuto dimenticare la pasta?

Stephanie estrase subito la teglia dal forno. Il burro si stava sciogliendo e lo zucchero sfrigolava allegro sotto le mele. Era troppo tardi per rifare tutto da capo. 

«E se mettessimo la teglia sul fuoco?» propose Caroline.

«Che cosa vuoi dire?» chiese la sorella con un filo di voce.

«Finiamo di caramellare le mele sul fuoco, poi mettiamo la sfoglia su tutto e…»

«…e la rovesciamo nel piatto dopo che si sarà cotta.» concluse Stephanie riprendendo colore in viso.

«Sono due cacciatori, non si accorgeranno mai della differenza.» disse Caroline facendole l’occhiolino.

Le due sorelle finirono di preparare la torta, il profumo inondava la cucina e, ormai, giungeva meno rumore dalla sala, segno che i clienti stavano iniziando a lasciare il rifugio. Quando sfornarono la torta, lo sfrigolio delle mele le fece presagire il peggio.

«Aspettiamo che si raffreddi.» propose Stephanie deglutendo a fatica. Anadarono in sala a rassicurare il cacciatore che la torta era quasi pronta e che presto l’avrebbe mangiata; rispose loro sorridendo e chiedendo altro vino.

Sentendo di una torta di mele calda, appena sfornata, anche il burbero cacciatore che aveva aggredito Caroline ne chiese una fetta.

Quando rovesciarono la torta, il profumo delle mele e l’ottimo aspetto fecero tirare un sospiro di sollievo alle due sorelle. Tagliarono le fette richieste e le servirono ai clienti.

Stephanie e Caroline stavano per sedersi, pronte a lasciarsi le fitte ore di servizio appena trascorse alle spalle, quando una cameriera entró in cucina rossa in viso: «I clienti chiedono di voi.» disse con un filo di voce. Stephanie e Caroline si guardarono preoccupate. Uscirono dalla cucina aspettandosi il peggio e rimasero piacevolmente colpite quando, invece, videro espressioni estatiche dipinte sui volti dei cacciatori. L’errore di caramellare le mele nel burro le aveva rese piú morbide e il caramello, piú gustoso, conferiva alla torta una croccantezza che si sposava perfettamente con la consistenza morbida, quasi vellutata, delle mele e la crosta di briseé.

«Signorine, questa torta è un capolavoro…» disse uno dei cacciatori.

«Sublime…» commentó il burbero signore dalle gote rosse.

«Questa non è una normale torta di mele…potete stare certe che, d’ora in poi, verremo sempre qui a gustare questa prelibatezza.»

Stephanie e Caroline si scambiarono due sorrisi complici, felici di aver soddisfatto dei clienti esigenti.

Immagine presa dal web

Non so se sia andata davvero cosí, ma certo è che le sorelle Tatin seppero creare un capolavoro da un vero pasticcio, a dimostrazione del fatto che l’ispirazione si trova nei momenti piú inaspettati.